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Amiata

 
4/2/2012

Storia e cultura dell'Amiata
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Guida ai luoghi

Castello di Porrona Sin dall’antichità, la montagna fu una risorsa fondamentale per attingere legname, prodotti dei boschi, pascoli, metalli. L’Amiata in particolare pare fosse già conosciuta dai Fenici, che sfruttavano le correnti dell’Albegna (ma, forse, anche la forza del miccio amiatino, animale autoctono) per trasportare i suddetti materiali. In epoca etrusca, l’Amiata costituiva il confine tra l’Etruria meridionale e quella settentrionale: il fiume Paglia segnava il limite interno, l’Albegna quello sulla costa. L’Etruria meridionale andava dunque dal Paglia al Tevere, quella settentrionale fino agli Appennini: una zona molto più vasta dell’attuale Toscana. Anche in questa fase, la montagna amiatina fu un’importante fonte di approvvigionamento per Roselle, Vulci, Orvieto, Bolsena e Chiusi: città tutte che dovettero apportare sensibili cambiamenti all’ambiente naturale. Certa la sacralità della montagna, per gli Etruschi, che attribuivano a tutti i rilievi sia una valenza sommitale (per il loro slancio verso l’alto, i monti erano dedicati a Giove), sia una infera, per l’origine vulcanica. A lungo si è pensato che l’oronimo “Amiata” avesse la sua origine in un non meglio precisato culto di Tinia (confortato dalla presenza del villaggio denominato Montegiovi, che ancora mantiene una relazione con Tinia-Giove), ma ormai pare incontestabile l’origine etimologica dal germanico Heimat, nome con cui i Longobardi di Chiusi nel VII secolo e i fondatori dell’abbazia regia di San Salvatore nell’VIII avrebbero voluto indicare la montagna che, dopo alterne vicissitudini, veniva a far loro da patria. Indiscutibile tuttavia è anche una fondazione preromana della zona. L’abbondanza di acque curative dell’Amiata popolò le rive di numerose sorgenti di Ninfe, fra cui quelle di Bagni San Filippo. La presenza di eponimi quali Monte Giovi e Monte Laterone (villaggi posti su alture) fa concludere – insieme al ritrovamento di alcune iscrizioni nella tipica pietra vulcanica locale– che fosse presente un culto di Giove e uno di Latona. Gli studiosi ritengono che nel toponimo di Seggiano fosse compresa un’etimologia, aedes, indicante la presenza di un tempio (per altro confermata dal ritrovamento di antefisse fittili in loco). Tale presunto santuario andrebbe inquadrato nel momento di configurazione urbana di Chiusi e Roselle, tra la fine del VI e l’inizio del V sec. a. C. e individuato come area sacra in uno dei punti critici della frontiera tra l’Etruria meridionale (più avanzata dal punto di vista sociale ed economica) e quella settentrionale, con funzione anche di luogo di riunione sotto la tutela della divinità. Un’ipotesi – derivata dal nome di Seggiano – prevede che il culto del santuario fosse rivolto al dio Giano, divinità caratteristica delle situazioni di passaggio o di soglia. Recenti scavi attuati all’interno dell’Abbazia del San Salvatore hanno riportato alla luce una stazione preistorica. Ritrovamenti di frammenti di ceramiche attiche a figure nere, di anfore tirreniche e di bucchero, mescolati a grani bruciati e a due denti di cinghiale sono probabilmente tracce di un episodio rituale inquadrabile nella seconda metà del VI sec. a. C. Se tutto questo venisse confermato e ampliato da ulteriori studi, si potrebbe pensare all’Amiata come a una montagna contrassegnata sin dalle epoche più remote da un concetto preciso di sacralità, proseguito in epoca storica con la creazione dell’Abbazia, il millenarismo proto-socialista di Davide Lazzaretti, la fondazione di una comunità buddista (la comunità Dzogchen di Merigar, nei pressi di Arcidosso).
Fu intorno alle pendici dell’Amiata, dai 400 ai 900 m ca. slm, precisamente all’altezza delle sorgenti, che si verificarono i primi insediamenti umani e cominciarono a essere costruiti i tredici villaggi che compongono oggi l’abitato dell’Amiata: Abbadia San Salvatore, Castiglion d’Orcia, Piancastagnaio e Radicofani nella provincia di Siena; Arcidosso, Castel del Piano, Castell’Azzara, Cinigiano, Roccalbegna, Santa Fiora, Seggiano e Semproniano nella provincia di Grosseto. Nel passaggio dalla tarda antichità all’alto medioevo, l’Amiata subì probabilmente meno traumi di altre zone d’Italia: numerosi siti continuarono semplicemente a essere frequentati, anche dopo la fine del mercato romano; altri furono fondati in un’epoca imprecisabile che va dal VI all’VIII secolo d. C. All’VIII secolo risale la fondazione dell’Abbazia del San Salvatore, che dette un impulso fortissimo all’insediamento nella montagna, senza deprimere l’assetto del popolamento nel fondovalle. Ma è l’abbazia a rappresentare il primo fenomeno di urbanizzazione del comprensorio: dal momento della nascita del borgo – sviluppatosi prima attorno all’abbazia e poi immediatamente a sud – tutto il territorio si plasma in funzione di quella. Contemporaneamente, avviene la penetrazione in Amiata della famiglia longobarda degli Aldobrandeschi, investiti del titolo di conti palatini, provenienti dai loro possedimenti della Maremma attraverso i sentieri dell’Ombrone, del Fiora e dell’Albegna. A partire dall’XI sec., gli Aldobrandeschi mettono a punto la loro politica di colonizzazione attraverso la costruzione di numerose fortezze e punti di avvistamento, ancora esistenti su tutto il territorio. L’Amiata costituiva una posizione strategica per il controllo dell’intera Toscana del sud e gli Aldobrandeschi non si peritarono di strappare ai monaci dell’Abbazia importanti proprietà: da Santa Fiora si estesero in breve ad Arcidosso, Castel del Piano, Piancastagnaio, Radicofani e Castiglion d’Orcia, proprio sopra la via Francigena.
L’ultima tappa della storia amiatina vede ancora una volta la presenza germanica, a conferma dell’etimologia di Amiata: Friedrich Hammann, ingegnere minerario tedesco, scopre una vena di cinabro nella seconda metà del XIX secolo e apre prima ad Abbadia, poi in altri siti del circondario, una miniera di mercurio che rivitalizza per circa un secolo l’economia locale. Inizia la grande storia delle lotte di classe, degli scioperi, delle conquiste sociali che caratterizzerà tutto il Novecento amiatino. Una storia di amore profondo per il territorio che ben riassume uno dei figli dell’Amiata, Ernesto Balducci, con le seguenti parole: “Quando arrivo da lontano e vedo la grande mole dell’Amiata, ho un’emozione che rassomiglia, forse, a quella del lattante che si accosta alla mammella. Capisco gli indios che si rifiutano di considerare la natura come merce di scambio: ‘non si vende la propria madre’ disse il capo tribù dei Sioux al Presidente degli Stati Uniti che voleva comprare la sua riserva”.


 
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