Sin dallantichità, la montagna fu una risorsa fondamentale per attingere legname, prodotti dei boschi, pascoli, metalli. LAmiata in particolare pare fosse già conosciuta dai Fenici, che sfruttavano le correnti dellAlbegna (ma, forse, anche la forza del miccio amiatino, animale autoctono) per trasportare i suddetti materiali. In epoca etrusca, lAmiata costituiva il confine tra lEtruria meridionale e quella settentrionale: il fiume Paglia segnava il limite interno, lAlbegna quello sulla costa. LEtruria meridionale andava dunque dal Paglia al Tevere, quella settentrionale fino agli Appennini: una zona molto più vasta dellattuale Toscana. Anche in questa fase, la montagna amiatina fu unimportante fonte di approvvigionamento per Roselle, Vulci, Orvieto, Bolsena e Chiusi: città tutte che dovettero apportare sensibili cambiamenti allambiente naturale. Certa la sacralità della montagna, per gli Etruschi, che attribuivano a tutti i rilievi sia una valenza sommitale (per il loro slancio verso lalto, i monti erano dedicati a Giove), sia una infera, per lorigine vulcanica. A lungo si è pensato che loronimo Amiata avesse la sua origine in un non meglio precisato culto di Tinia (confortato dalla presenza del villaggio denominato Montegiovi, che ancora mantiene una relazione con Tinia-Giove), ma ormai pare incontestabile lorigine etimologica dal germanico Heimat, nome con cui i Longobardi di Chiusi nel VII secolo e i fondatori dellabbazia regia di San Salvatore nellVIII avrebbero voluto indicare la montagna che, dopo alterne vicissitudini, veniva a far loro da patria. Indiscutibile tuttavia è anche una fondazione preromana della zona. Labbondanza di acque curative dellAmiata popolò le rive di numerose sorgenti di Ninfe, fra cui quelle di Bagni San Filippo. La presenza di eponimi quali Monte Giovi e Monte Laterone (villaggi posti su alture) fa concludere insieme al ritrovamento di alcune iscrizioni nella tipica pietra vulcanica locale che fosse presente un culto di Giove e uno di Latona. Gli studiosi ritengono che nel toponimo di Seggiano fosse compresa unetimologia, aedes, indicante la presenza di un tempio (per altro confermata dal ritrovamento di antefisse fittili in loco). Tale presunto santuario andrebbe inquadrato nel momento di configurazione urbana di Chiusi e Roselle, tra la fine del VI e linizio del V sec. a. C. e individuato come area sacra in uno dei punti critici della frontiera tra lEtruria meridionale (più avanzata dal punto di vista sociale ed economica) e quella settentrionale, con funzione anche di luogo di riunione sotto la tutela della divinità. Unipotesi derivata dal nome di Seggiano prevede che il culto del santuario fosse rivolto al dio Giano, divinità caratteristica delle situazioni di passaggio o di soglia. Recenti scavi attuati allinterno dellAbbazia del San Salvatore hanno riportato alla luce una stazione preistorica. Ritrovamenti di frammenti di ceramiche attiche a figure nere, di anfore tirreniche e di bucchero, mescolati a grani bruciati e a due denti di cinghiale sono probabilmente tracce di un episodio rituale inquadrabile nella seconda metà del VI sec. a. C. Se tutto questo venisse confermato e ampliato da ulteriori studi, si potrebbe pensare allAmiata come a una montagna contrassegnata sin dalle epoche più remote da un concetto preciso di sacralità, proseguito in epoca storica con la creazione dellAbbazia, il millenarismo proto-socialista di Davide Lazzaretti, la fondazione di una comunità buddista (la comunità Dzogchen di Merigar, nei pressi di Arcidosso).
Fu intorno alle pendici dellAmiata, dai 400 ai 900 m ca. slm, precisamente allaltezza delle sorgenti, che si verificarono i primi insediamenti umani e cominciarono a essere costruiti i tredici villaggi che compongono oggi labitato dellAmiata: Abbadia San Salvatore, Castiglion dOrcia, Piancastagnaio e Radicofani nella provincia di Siena; Arcidosso, Castel del Piano, CastellAzzara, Cinigiano, Roccalbegna, Santa Fiora, Seggiano e Semproniano nella provincia di Grosseto. Nel passaggio dalla tarda antichità allalto medioevo, lAmiata subì probabilmente meno traumi di altre zone dItalia: numerosi siti continuarono semplicemente a essere frequentati, anche dopo la fine del mercato romano; altri furono fondati in unepoca imprecisabile che va dal VI allVIII secolo d. C. AllVIII secolo risale la fondazione dellAbbazia del San Salvatore, che dette un impulso fortissimo allinsediamento nella montagna, senza deprimere lassetto del popolamento nel fondovalle. Ma è labbazia a rappresentare il primo fenomeno di urbanizzazione del comprensorio: dal momento della nascita del borgo sviluppatosi prima attorno allabbazia e poi immediatamente a sud tutto il territorio si plasma in funzione di quella. Contemporaneamente, avviene la penetrazione in Amiata della famiglia longobarda degli Aldobrandeschi, investiti del titolo di conti palatini, provenienti dai loro possedimenti della Maremma attraverso i sentieri dellOmbrone, del Fiora e dellAlbegna. A partire dallXI sec., gli Aldobrandeschi mettono a punto la loro politica di colonizzazione attraverso la costruzione di numerose fortezze e punti di avvistamento, ancora esistenti su tutto il territorio. LAmiata costituiva una posizione strategica per il controllo dellintera Toscana del sud e gli Aldobrandeschi non si peritarono di strappare ai monaci dellAbbazia importanti proprietà: da Santa Fiora si estesero in breve ad Arcidosso, Castel del Piano, Piancastagnaio, Radicofani e Castiglion dOrcia, proprio sopra la via Francigena.
Lultima tappa della storia amiatina vede ancora una volta la presenza germanica, a conferma delletimologia di Amiata: Friedrich Hammann, ingegnere minerario tedesco, scopre una vena di cinabro nella seconda metà del XIX secolo e apre prima ad Abbadia, poi in altri siti del circondario, una miniera di mercurio che rivitalizza per circa un secolo leconomia locale. Inizia la grande storia delle lotte di classe, degli scioperi, delle conquiste sociali che caratterizzerà tutto il Novecento amiatino. Una storia di amore profondo per il territorio che ben riassume uno dei figli dellAmiata, Ernesto Balducci, con le seguenti parole: Quando arrivo da lontano e vedo la grande mole dellAmiata, ho unemozione che rassomiglia, forse, a quella del lattante che si accosta alla mammella. Capisco gli indios che si rifiutano di considerare la natura come merce di scambio: non si vende la propria madre disse il capo tribù dei Sioux al Presidente degli Stati Uniti che voleva comprare la sua riserva.