Acque del vulcano

Acque del vulcano Ah! Better far than this, to stray about
Voluptuously through fields and rural walks,
And ask no record of the hours, given up
To vacant musing, unreproved neglect
Of all things, and deliberate holiday.

William Wordsworth, Prelude, I, 252-256

Il Monte Amiata in Toscana. Un vulcano spento ricoperto di pini, castagni e faggi. Un’antica madre sacra che da secoli sparge su tutto il territorio benefici influssi. Si dice che il Brunello di Montalcino non sarebbe così buono se non ci fosse il Monte Amiata a climatizzare le sue uve. L’aria non sarebbe di certo così cristallina, senza la cintura di verde che avvolge l’Amiata. Le acque non sarebbero così fresche, la selvaggina così abbondante, i funghi così rinomati per la loro qualità.
    Questa benignità della nostra madre terra spiega forse perché sia da sempre ritenuta sacra. Il Sacro Monte è anche il nome che le produttrici di uno dei nostri migliori vini hanno dato a una rossa e corposa bevanda, in onore dell’Amiata, che intorno al loro castello ha prodotto rilievi sacri ai romani: Montegiovi (Mons Iovis, il rilievo sacro a Giove), Monte Laterona (Mons Latonae, il rilievo sacro a Latona, la madre di Apollo).
      Intorno all’anno 1 000 un gruppetto di monaci di origine camaldolese si insediò in questi boschi, precisamente nell’attuale Vivo d’Orcia, perché offrivano loro tutto quello di cui avevano bisogno: acqua, funghi, castagne, selvaggina. Occuparono un luogo incantato, ancora oggi avvolto dalla sacralità delle sorgenti, dei castagni e degli animali rari. Violenta, lì, nella zona chiamata Ermicciolo, l’acqua sgorga dalle rocce, fredda e deliziosa. San Romualdo, fondatore del Vivo d’Orcia, fu folgorato da quell’abbondanza di vita e forse scorse anche tutte le possibilità di relax. Fece costruire le prime celle per i monaci, poi trasformate nel corso del tempo in seccatoi, quindi trasferì la comunità che si allargava più a valle, in un eremo magnifico, vicino al quale piantò un’abetina di abete bianco che esiste tutt’oggi.
     Già tre secoli prima, tuttavia, altri monaci avevano insediato l’Amiata. La leggenda racconta di un re longobardo che, fermatosi a caccia in questi boschi pullulanti di animali, ricevette l’apparizione del Salvatore in cima a tre alberi. In quel luogo Re Ratchis avrebbe fatto costruire l’abbazia del San Salvatore, con la sua superba cripta, mentre la sposa di lui si sarebbe ritirata in un altro piccolo eremo verso la montagna, la chiesetta dell’Ermeta.
     Ma il vulcano non era sacro solo per i cristiani. Per secoli si è parlato di un tempio venerato dagli Etruschi nei dintorni dell’Amiata. Molte ricerche sono state fatte in tal senso, ma la montagna – al contrario delle valli, dove testimonianze etrusche non scarseggiano – non ha mai rivelato tracce di templi o santuari. La conclusione degli studiosi è stata che l’Amiata non aveva un tempio sacro agli Etruschi, ma era il tempio sacro degli Etruschi: la sua forma conica, la sua abbondanza di acqua e l’offerta costante di cibi, l’aura di sacralità che da sempre circonda il monte dovettero farne un luogo sacro per questa popolazione che si era espansa tutto attorno all’Amiata e che d’altronde trovava nella zona quel cinabro che serviva loro per fare il rosso utilizzato come tintura, in affreschi e in oggetti di inesprimibile bellezza. Lo stesso che venivano a prelevare, navigando sull’Albegna, già da secoli i Fenici, che usavano – nel trasporto del prezioso minerale – una razza meravigliosa di asino detta oggi “Miccio Amiatino”.
    La presenza degli Etruschi sull’Amiata fu tuttavia surclassata, secoli dopo, da quella dei Longobardi: i toponimi amiatini, infatti, non sono di origine etrusca, bensì gotismi: la stessa parola Amiata deriverebbe da Heimat, patria – e l’intero territorio fu praticamente sotto il controllo degli Aldobrandeschi per tutto l’alto Medioevo. Ma se davvero l’Amiata fu la patria dei Longobardi, forse il concetto che questi ultimi dovettero avere del cono non era poi così diverso da quello che era stato dei loro precedenti Etruschi. Una patria, una madre calda e generosa, cui si deve l’abbondanza della terra e i mille doni che riversa sui suoi figli.